Posted: giugno 22nd, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Milano, Testi | No Comments »
Il documento seguente è stato inviato a tutti gli imputati del processo No TAV
L’operazione giudiziaria del 26 gennaio scorso, secondo le parole del procuratore capo di Torino Caselli, ha voluto colpire dei singoli fatti delittuosi e non il movimento No Tav nel suo insieme. Il reale tentativo è stato quello di isolare dal proprio contesto i fatti del 27 giugno e del 3 luglio, depoliticizzare quelle giornate, colpendo chiunque si trovasse fisicamente ad affrontare la polizia per difendere la Libera Repubblica della Maddalena prima e per cercare di riprenderla poi.
“Portare la valle in città”
La solidarietà agli arrestati si è diffusa in tutta Italia confermando che la lotta No Tav non è solamente una lotta locale, ma trae la sua forza dal collegamento e dalla vicinanza con le altre lotte.
Il movimento No Tav ha assunto la questione repressiva come già aveva fatto dopo il 3 luglio, quando una campagna mediatica si era scatenata per costruire l’identikit del black bloc sbarcato in Val Susa per attaccare la polizia.
Il “siamo tutti black bloc” seguito dal “si parte e si torna insieme” da semplici slogan sono diventate pratiche e modalità condivise. Così anche nella fase processuale, momento particolarmente delicato, è necessario che si rivelino in tutta la loro forza, in quanto patrimonio collettivo.
Il fatto che la maggior parte degli arrestati non fossero abitanti della Val Susa ha provocato l’effetto opposto rispetto a ciò che si auspicavano i magistrati. Dopo gli arresti sono state innumerevoli le azioni di solidarietà diffuse in tutta la penisola e oltre, dai blocchi stradali alle occupazioni di stazioni, passando per i benefit e gli incontri pubblici a sostegno della lotta. Il collegamento del movimento No Tav con il resto del paese si è reso ancora più evidente, ancora più intenso.
Il processo è parte della lotta No Tav
Non sono solo la vicinanza e la solidarietà attiva agli arrestati a fare del processo una parte della lotta No Tav. E’ necessaria un’assunzione da parte di tutti, un’elaborazione comune delle pratiche e delle parole giuste per affrontare ogni fase processuale. Serve un collegamento tra i momenti giuridici, che si reggono su un terreno a noi ostile, e il ritmo della lotta stessa. L’intensità raggiunta con le esperienze vissute durante le varie fasi della lotta costituisce una risorsa preziosa che non possiamo permetterci di disperdere.
Mentre il processo inizierà il 6 luglio, un campeggio sarà già presente in valle, creando un spazio d’incontro dove intensificare i legami già esistenti e conoscere nuovi compagni. La circolazione tra questi due ed altri momenti sarà un’occasione per rafforzare il movimento e trasformare l’operazione repressiva, lanciata dalla magistratura, in un boomerang che le si rivolga contro.
Subire un arresto, dover passare mesi in carcere, sentire la mancanza di un compagno, un amico indispensabile per la lotta ha un peso enorme sulla forza del singolo e della collettività che gli è vicino. D’altra parte sono i momenti difficili a svelare quanto di politico nasconde un’amicizia, quanto è forte e indissolubile prendere dei rischi insieme, stringersi per non sentirsi soli a subire la repressione. Il volto del potere non assume i tratti di un’astratta figura che dirige e impone dall’alto, come un moderno Leviatano, ma è qualcosa di molto più familiare fatto di funzionari che ci negano permessi, poliziotti che ci svegliano nel cuore della notte, comportamenti che a volte noi stessi riproduciamo e dispositivi che ci tengono divisi.
Dagli arresti del 26 gennaio le misure restrittive sono state dure, tenendo ancora in carcere quattro compagni a distanza di quasi cinque mesi, censurando le corrispondenze, respingendo richieste di permessi. L’accanimento repressivo dimostra quanto la lotta No Tav faccia paura, perché capace di rendersi offensiva e non solo resistente, continuativa ma anche attraversata da momenti di accelerazione.
Ipotesi su una difesa collettiva
A Milano alcuni imputati del processo No Tav si sono incontrati con altri compagni per iniziare a confrontarsi su come affrontare il processo che inizierà il 6 luglio al tribunale di Torino.
La volontà di costituire un’unità al processo, non è solo una scelta di difesa ma una possibilità d’attacco, in quanto l’obiettivo della giustizia, come già avvenuto con l’operazione repressiva, è quello di dividerci. Per questo le scelte individuali o le deleghe non consapevoli agli avvocati rischierebbero di depotenziare la difesa collettiva e di prestare il fianco all’accusa.
Unità non vuol dire uniformarsi ad una linea monolitica di difesa o cadere in un frontismo neutro che annulli le divergenze, ma significa arrivare compatti pur nella diversità di posizioni e di sensibilità. L’eterogeneità non deve essere un ostacolo: può diventare un’occasione per elaborare insieme le scelte su ogni passaggio processuale. Il processo dovrebbe essere affrontato con la stessa attitudine con cui il movimento No Tav è riuscito a rimanere compatto nelle sue differenze, anche nei momenti difficili. Così come parte e si torna insieme nei boschi della Clarea, e tra i guardrail dell’A32, con lo stesso spirito dobbiamo affrontare l’infame aula del tribunale.
Difesa comune significa confrontarsi il più possibile tra imputati e avvocati sulle scelte da fare, allargando la presa in carico del processo a tutto il movimento No Tav. Fondamentale è il collegamento con le prossime fasi della lotta, portando tutta la forza che il campeggio saprà esprimere all’interno del tribunale.
Scegliere il rito ordinario è un’occasione per collegare le fasi processuali con la lotta. Andare a dibattimento, portare testimonianze ed elementi difensivi significa entrare in un terreno ostile non come soggetti passivi che attendono il giudizio, ma prendendo parte al processo con lo spirito combattivo che caratterizza il movimento No Tav. Rinunciare a questa opzione e fare la scelta del rito abbreviato preclude ogni possibilità di rendere questo processo un’occasione politica e di rilancio della lotta. Oltre che esporre se stessi e gli altri a rischi maggiori, questo confermerebbe la tesi dell’accusa di trovarsi di fronte ad un movimento frammentato.
Pur consapevoli delle difficoltà soggettive ed emotive che attraversano gli imputati, la posizione più forte che possiamo sostenere è che davanti ai giudici non ci saranno degli individui chiamati a rispondere delle loro azioni, ma un intero movimento di lotta che non si è fermato davanti alle cariche e nemmeno davanti ad arresti e processi.
L’intenzione di questo documento è proporre una discussione rispetto al processo, alle scelte tecniche e un confronto per non arrivare divisi in aula, per non partire già rassegnati alla condanna.
Posted: aprile 4th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | Tags: A32, animalivivi, cronache, luca | No Comments »

Leggi qua: Animali vivi: cronache da una valle in lotta
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Posted: marzo 16th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: Altrove, Azioni, General, Milano, Testi | Tags: arresti, azioni, blocchi, cortei, cronologia, movimento, no tav, notav, sabotaggi, valsusa | No Comments »
Cronologia parziale dal 26/1 al 14/3

- Merda, la maschera antigas!
Giovedì 26 gennaio
Innumerevoli attestati di solidarietà nei confronti degli arrestati in tutta Italia. Presidi, cortei spontanei, momenti di saluto pirotecnico sotto le mura delle carceri si svolgono a Torino, Milano, Padova, Bologna, Trento, Asti, Cagliari. A Roma alcuni studenti salgono sui tetti di Trenitalia in segno di protesta.
La cronologia continua… non qua, là.
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Posted: febbraio 28th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | No Comments »
Un compagno, un No Tav, sta lottando in questo momento con tutte le sue forze per la vita, così come ha sempre fatto, questa volta la vita però è la sua.
Lunedì mattina ha cercato di resistere alle forze d’occupazione che provavano ad allargare ancora una volta la “caserma” che qualcuno chiama “cantiere”. Ha deciso di salire su un traliccio ad alta tensione con l’obiettivo d ritardare il più possibile l’azione infame della polizia.
Poco importa se a causare la terribile caduta sia stato l’intervento di un agente di polizia o la perdita d’equilibrio. Ciò che è successo mostra ancora una volta la fera faccia della militarizzazione in atto in Val Susa.
A Luglio un’anziana venne uccisa da un mezzo delle forze d’occupazione, centinaia di No Tav sono rimasti feriti durante le varie manifestazioni in valle, ora è toccato a Luca.
La vita di un uomo viene meno davanti agli sporchi affari delle mafie governative, in fin dei conti i poliziotti stanno facendo il loro “lavoro”.
Nessun giudice riterrà mai necessario condannare le forze d’occupazione perché hanno bisogno di assicurare l’impunità a chi garantisce che la macchina di morte chiamata Tav continui la sua corsa e soprattutto perché la magistratura non è neutra ma parte in causa, in difesa di ciò che chiamano “progresso”.
Forza Luca, vincerai anche questa battaglia, siamo tutti con te.
Da San Vittore , alla Val Susa, un unico grido:
A SARA’ DURA!
Posted: febbraio 25th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | No Comments »
(testo distribuito durante il corteo del 25 febbraio in Val Susa)
Tutto il mondo in un frammento
Tre ipotesi sulla lotta in Val Susa
1. La lotta in Val Susa non è una lotta locale.
Se si vuole continuare a chiamarla così, occorre dare alla parola “locale” tutt’altro senso da ciò che si intende abitualmente. Un punto di forza di questa lotta è la sua capacità di collegarsi con moltissime altre situazioni. Attraverso gli anni si sono tessuti legami, sono state tracciate linee di corrispondenza, si sono scoperti sentieri segreti tra la Val Susa e innumerevoli altri luoghi in Europa. E’ proprio sul suo terreno che la lotta ha già sconfitto il treno ad alta velocità: è stata capace di ridurre le distanze in proporzioni vertiginose – sia tra abitanti della stessa Valle che tra valsusini e “gente da fuori”.
I No TAV hanno tuttavia stretto un rapporto molto intenso con il terreno centrale della lotta, la Val di Susa, costruendo poco a poco una forza d’urto che non si ritrova da nessun’altra parte della penisola.
In una certa misura, i No TAV hanno superato l’opposizione fittizia fra locale e globale. Fittizia nel senso che da una parte non vi è più quasi nessun luogo sul pianeta che non sia connesso ai flussi globali: importazione ed esportazione di merci, imposizione della cultura, della lingua, della sovranità dei colonizzatori, collegamento alle reti telefoniche e informatiche, copertura satellitare, immigrazione ed emigrazione; fittizia anche perché dall’altra parte non vi è nessun potere né nulla che lo combatta che non sia materiale, collocato, che non si esprima nella configurazione fisica, topologica dei luoghi e delle cose.
La potenza che si esprime in Val Susa deriva dal fatto che non si lotta contro delle astrazioni (il Capitale, lo Stato, una legge, l’inquinamento o la mafia per esempio) ma contro la maniera concreta – localizzata – attraverso cui queste astrazioni governano delle vite, configurano degli spazi, diffondono degli affetti.

Cosa vuol dire essere No TAV? Vuol dire partire da un enunciato semplice: “il TAV in Val Susa non passerà mai” e organizzare la propria vita per fare in modo che quell’enunciato si verifichi. Da vent’anni, moltissimi si sono incontrati intorno a questa certezza. Da lì, da quel punto molto particolare su cui non si cederà mai, tutto il mondo attorno si riconfigura. La lotta in Val Susa riguarda il mondo intero, non in quanto difende in generale il « bene comune », ma perché lì viene pensata in comune una certa idea di ciò che è bene. Questa si scontra con altre concezioni, si difende da chi la vuole annientare e si lega con chi si trova in affinità con essa.
2. La Val Susa è parte della metropoli.
La Val Susa viene spesso descritta dai suoi detrattori come un luogo arretrato, popolato da montanari incolti, che rifiutano il progresso riscaldandosi con la legna dei loro boschi sperduti. E’ una falsa caricatura. Allo stesso tempo, molti No TAV veicolano un’altra caricatura, inversa a questa: la Val Susa sarebbe una valle bellissima, selvaggia, vergine, che il mostro del TAV vorrebbe distruggere, sfruttare, annientare. Come nel villaggio di Asterix o il pianeta del film Avatar, si tratterebbe di difendere un territorio incontaminato minacciato dalle forze del male, sbarcate per colonizzarlo. E’ tempo di sbarazzarsi di queste due caricature speculari e affermare chiaramente: la Val Susa è parte della metropoli. E’ un’evidenza che non tutti vogliono ammettere, in valle, ma sopratutto fuori, dove si è diffuso un “mito della valle”.
Chi sono in fin dei conti questi mitizzati valsusini? Quanto sono diversi a priori del resto degli Europei? Non si rincoglioniscono, forse, con la stessa televisione, non mangiano le stesse merendine, non desiderano le stesse merci? I loro figli non giocano, forse, con le stesse playstation? La loro memoria, ancora iscritta negli anfratti di roccia, ricca di storie di eretici, streghe e partigiani è trasformata in folklore dalle guide turistiche e soprattutto privata di ogni potenziale pericolosità storica. La comunità valsusina, se mai fosse esistita, oggi non esiste più. La possibilità di esistere, in quanto tale, è tutta nel suo divenire.

Percorsa da un enorme viadotto autostradale, sfigurata dalle centrali idroelettriche, folklorizzata dall’industria del turismo, per quanto si possa essere affezionati alle acque della Clarea, la Val Susa non è una valle incontaminata, un’isola felice fuori dai flussi di merce che costituiscono la trama del mondo.
Al contrario, la Val Susa è già oggi, TAV o non TAV, un corridoio ad alta portata della rete transeuropea di trasporto merci, e di conseguenza ne sopporta il peso infrastrutturale devastante. Il confine tra metropoli e montagna si è ormai perso nello spazio tempo della logistica, che annulla le distanze, distruggendo ogni prossimità e ogni differenza. Rimane dunque ben poco da “conservare” in questa terra di vigne abbandonate e poli internodali.
Per questo motivo i luoghi che il movimento si è dato nel corso di questi vent’anni, come i blocchi in autostrada, la baita Clarea o il presidio di Venaus, o, ancora più intensamente, esperienze come la Libera Repubblica della Maddalena, non si sono limitati a difendere un “territorio” per come era, ma l’hanno vissuto ed abitato per come poteva essere.
Lo stesso si può dire dei quartieri delle nostre città, che dal punto di vista urbanistico non esistono più, ma nulla (a parte forse la polizia) ci impedisce di provare a viverli come tali.
La lotta non difende un territorio che la precede, ma lo fa esistere, lo costruisce, gli dà consistenza.
3. Che il “cantiere” di Chiomonte non sia nient’altro che una caserma non è un’assurdità.
Anzi, questo fatto mette a nudo l’essenza stessa di ogni infrastruttura, l’indistinguibilità tra il flusso e il suo controllo. Il carattere sempre più immanente, orizzontale, diffuso di questo cosiddetto “controllo”, sempre più introiettato nell’architettura del mondo fisico, sempre più impossibile da isolare dai processi su cui si “applicherebbe”, ci fa riflettere sull’appropriatezza di questa nozione.
A volte ci si domanda: la valle è militarizzata per difendere un cantiere o è questo cantiere, a prima vista privo di senso, ad essere un pretesto alla militarizzazione? Non si sa più chi serve e chi comanda. E sarà sempre di più così, mano a mano che politica ed economia, queste astrazioni tutto sommato abbastanza recenti, si sciolgono in ogni dispositivo, mano a mano che il governo degli uomini si confonde con l’amministrazione delle cose.
L’ordine non è mai consistito nell’impedire la circolazione, ma sempre nel regolare, selezionare. Il TAV non è una macchina di morte, è una macchina che ordina la vita, le dà una certa forma, una certa velocità. E si può dire la stessa cosa di ogni manifestazione del capitalismo nelle nostre esistenze. Non si può più dire che il TAV, o qualsiasi altro abominio, sia inutile, assurdo, insensato. “Di fronte ad ogni dispositivo, la domanda sbagliata è: «a che serve?». La domanda giusta, materialista è invece: «cosa produce, quale operazione realizza questo dispositivo?”.
La linea ad alta velocità è ideologia materializzata. La concretizzazione, fatta di cemento, d’acciaio e di divise blu di una concezione del mondo del tutto estranea a noi ma che non possiamo permetterci di non capire. Le lunghe liste di ragioni contro il TAV descrivono un’opera priva di senso, anche da un punto di vista statale o capitalistico. Senza nulla togliere all’utilità di tali documenti, per propagare la diffidenza nei confronti del progetto, occorre fare un passo in più e cercare di decifrare la logica dietro quell’infrastruttura apparentemente illogica. Ci manca spesso il linguaggio per farlo, le giuste categorie, abituati ad esprimerci nell’inadatto gergo politico del secolo scorso. Ma vale la pena sforzarsi, perché scoprendo i principi che reggono questo mondo nel cuore della sua infrastruttura potremmo anche trovare la formula per rovesciarlo.

Ogni governo è tecnico, il potere sta nelle infrastrutture.
Blocchi ovunque, autonomia diffusa.
Posted: febbraio 24th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | No Comments »
Saluzzo, 17 febbraio 2012
Cari compagni/e
In questi giorni, per cause di forza maggiore, ho dovuto confrontarmi non tanto con i processi collettivi che necessitano di un lavoro continuativo di comunicazione, di relazioni sociali, di organizzazione, ma con il tempo, spazio importante in luogo chiuso di per sé come il carcere. Dieci giorni alle vallette, dieci giorni a Saluzzo, con trasferimenti, cambi cella, udienze varie. Tocca allora annoiarvi con le mie piccole disavventure di prigioniero, cosa che non apprezzo per nulla, l’individualismo come autosoddisfazione esistenziale non mi appartiene, anzi al culto individualista preferisco di gran lunga la forza e il valore del collettivo.
Bando alle chiacchiere, andiamo ai fatti. Mercoledi sono stato convocato in un ufficio per il consiglio di disciplina. Oltre al direttore c’erano il comandante, il suo vice, due brigadieri, una dottoressa in camice (poteva essere anche una psicologa). Vi evito tutta la discussione, non esaltante, in cui mi sono trovato immerso. Non ci capivamo su nulla, nemmeno sui termini. Gli agenti carcerari io li chiamo guardie; per loro sono assistenti, quasi quasi sono delle crocerossine al servizio dei detenuti e siamo finiti alle comiche con i “rapporti” inviati dalle vallette che affermavano che avrei aizzato i detenuti con frasi ad effetto del tipo “basta, rivoltiamoci tutti, guerra allo stato”. Balle e frasi senza senso che né io né Tobia abbiamo mai detto. Dopo quindici minuti sono stato congedato. Alla sera mi hanno notificato la “sentenza”: 3 erano i rapporti punitivi, 5 giorni di isolamento per rapporto – totale 15 giorni di isolamento. Il bello è che sono già in una sezione di isolamento, che a causa del sovraffollamento sono state raddoppiate (si sta in due per cella).
Oggi venerdi l’ispettore mi ha fatto sapere che il provvedimento sarà esecutivo quando si libererà una cella. Dovrò stare da solo, chiuso tutto il giorno, senza nessuna “attività comune”. Qui vuol dire stare in corridoio alcune ore a giocare a carte e a chiacchierare. Nessun problema. Non sanno che sono ben temprato.
Molti anni orsono, nel 1979, quando avevo 16 anni sono rimasto 35 giorni in una cella di sicurezza al nucleo operativo cc alla caserma Cernaia (lato via Valfrè), in un seminterrato dove la cella (ma forse era meglio chiamarlo buco) con un tavolaccio in legno come branda che occupava il 90% dello spazio, una coperta, nessuna finestra, luce accesa 24 ore su 24, senza mai vedere la luce del sole, senza lavandino, bagno in cella, nessuna possibilità di fare una doccia, con il pasto che arrivava alle nove tutti i giorni e con un solo libro (Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez).
A proposito, qui in sezione “isol.”, oltre al barbiere, viene il bibliotecario che stamattina ha portato la lista: c’era pure il libro di Marquez, domani lo porta e lo rileggerò volentieri, insieme al libro che ha spedito Gigi di Lukacs”Lenin teoria e prassi di un rivoluzionario”, quando mi metteranno (quando nessuno lo sa).
Mi porterò anche la radio che i detenuti della sezione che hanno sentito il presidio di domenica mi hanno fatto gentilmente avere. Dove siamo noi, dalla porte opposta, nessuno l’ha sentito ma grazie di cuore lo stesso. Chi mi conosce sa che non sono un complottardo, non vedo nessun trattamento persecutorio dietro questo. E’ il meccanismo carcerario che costruisce queste situazioni. Con una premessa però: tutto parte dalle quattro paginette del direttore Buffa. Nella prima mi dipingevano come un pericoloso sobillatore; nelle altre tre c’erano i rapporti punitivi dell’1-2 e 7 febbraio. Dopo tutto diventa automatico. O vai lì a piagnucolare, a elemosinare qualcosa e accetti il meccanismo della premialità, dei benefici, o vai incontro alla punizione. Quattro sono i livelli punitivi previsti dal consiglio di disciplina: 1.richiamo; 2.ammonizione; 3.esclusione dalle attività ricreative e sportive; 4.isolamento da tutte le attività in comune. Nel quarto caso, che è il mio, non può superare i 15 giorni. Dopo questi livelli punitivi si va al 14bis regime di sorveglianza particolare fino a 6 mesi di durata, poi c’è il 41bis.
A Saluzzo non c’è il degrado delle vallette, tutto è più lindo, professionale, efficiente e nella sezione a fianco ci sono detenuti a regime speciale. Se il nostro lavorante cerca di parlare con loro, rischia un rapporto (è già successo). Se uno litiga verbalmente con una guardia rischia un rapporto, e avanti di sto passo. E’ successo a metà dicembre che un detenuto ancora tra noi indagati/isolati, che esprimeva il suo disagio con gesti individuali è stato raggiunto da un gruppo di agenti (fans delle vecchie famigerate squadrette) che dopo avere chiuso tutti in cella con il blindo, gli hanno dato una “ripassata”, di cui ancora adesso si vedono i lividi sulla testa e un dito rotto. Alcuni giorni dopo lo sottopongono al consiglio di disciplina e gli danno una “ ammonizione” per mettere tutto a tacere. Qualche anima pia si scandalizzerà, ma qui è tutto normale, fa parte del tran-tran carcerario. Simpatici o antipatici, buoni o cattivi, ignoranti (perlopiù) o no, con le guardie il mio atteggiamento è uguale: distacco e indifferenza. Solo con uno ho scambiato un po’ più di chiacchiere in dialetto (piemontese). Secondo lui l’unico simpatizzante no tav. Devo riconoscere che era preparato sull’argomento.
Da quelle poche cose che ho percepito, buona parte dei detenuti nelle sezioni è costituito da soggetti che scontano lunghe pene, da 10 anni all’ergastolo. Vi farò avere un loro documento nei prossimi giorni. Hanno un’idea fissa per la testa: Pannella e radio radicale, che ascoltano con ossessione. Quando hanno sentito la musica del presidio, hanno pensato subito che fossero i radicali (non sapendo della mia presenza). Ma poi hanno capito che erano i No tav. L’amplificazione si sentiva bene, sono stati molto contenti.
Ci sono compagni/e che si sforzano con tenacia e generosamente di seguire la realtà carceraria, sovente usando lenti offuscate dall’ideologismo e dalle facili certezze. Per non andare incontro a cocenti delusioni bisogna confrontarsi con il materialismo della realtà e con le contraddizioni che in carcere sono più vive che mai.
Chiudo con un aneddoto di Antonio Gramsci:
La cella riceve una luce che sta di mezzo tra la luce di una cantina e la luce di un acquaio.
D’altronde, non devi pensare che la vita mia trascorra così monotona e uguale come a prima vista potrebbe sembrare. Una volta presa l’abitudine alla vita dell’acquaio e adattato il sensorio a cogliere le impressioni smorzate e crepuscolari che vi fluiscono (sempre ponendosi da una posizione un po’ ironica), tutto un mondo incomincia a brulicare intorno, con una sua particolare vivacità, con sue leggi peculiari, con un suo corso essenziale. Avviene come quando si getta uno sguardo su un vecchio tronco mezzo disfatto dal tempo e dalle intemperie e poi piano piano si ferma sempre più fissamente l’attenzione. Prima si vede solo qualche fungosità umidiccia, con qualche lumacone, stillante bava, che striscia lentamente. Poi si vede, un po’ alla volta tutto un insieme di colonie di piccoli insetti che si muovono e si affaticano facendo e rifacendo stessi sforzi, lo stesso cammino. Se si conserva la propria posizione estrinseca, se non si diventa un lumacone o una formichina, tutto ciò finisce per interessare e far trascorrere il tempo.
Un saluto a tutti e a tutte.
Giorgio
Posted: febbraio 19th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | No Comments »
(volantino distribuito durante il corteo del 18 febbraio a Milano)
Il 26 gennaio scorso, alcuni nostri amici e compagni sono stati portati in carcere. Altri sono costretti nei confini delle proprie città, rischiando la carcerazione se non rispettano l’obbligo di dimora che gli è stato imposto.
Sette mesi fa, questi amici, insieme a noi, insieme a tanti, abitanti del luogo o accorsi da tutta Europa, hanno combattuto per difendere un pezzetto di terra nel cuore delle Alpi, piccolo di dimensioni, ma di un’immensa importanza storica.
Questa porzione di montagna veniva chiamata Libera Repubblica della Maddalena. “Repubblica”, un termine a prima vista ostile, usato per ricordare che circa settanta anni prima, dalle stesse Alpi erano nate le repubbliche partigiane, dei luoghi in cui questa parola non aveva il senso che conosciamo oggi. Delle repubbliche che non si confondevano con lo stato ma che raccoglievano invece tutto ciò che lottava contro esso. “Libera”, ma nel senso assolutamente inverso di quello che si intende oggi nell’espressione “libero mercato”.
Un compagno milanese partito per sostenere la difesa della Libera Repubblica della Maddalena la descrisse così, una volta tornato in città: “quando sono arrivato lì, ho lasciato il portafoglio in tenda, e mi sono ricordato di avere un portafoglio solo il giorno in cui sono tornato a Milano”. Infatti, due cose erano totalmente inutili alla Maddalena: i soldi e i documenti. Perché non c’erano rapporti mercantili, e perché la polizia non poteva entrare. Ecco il vero scandalo della lotta in Val Susa, l’affronto che i nostri amici stanno pagando oggi in carcere.
Ma gli abitanti della Libera Repubblica non si sono accontentati di vivere per più di une mese fuori dai principi essenziali di questo mondo: li hanno attaccati frontalmente, ogni giorno, combattendo con coraggio e immaginazione le forze dell’ordine e i costruttori della linea ferroviaria ad alta velocità.
Agli imputati dell’operazione del 26 gennaio viene rimproverato questo: aver resistito fisicamente alla polizia, per difendere la Maddalena il 27 giugno e per riprenderla il 3 luglio. In poche parole: sono dentro perché hanno tirato delle pietre sugli sbirri. La lotta dei No TAV è stata attaccata perché sa uscire dal quadro democratico quando è necessario.
Certo la storia della lotta No tav è piena di petizioni, appelli, richieste di tavoli tecnici, grandi marce pacifiche, e per tantissimi anni rivendicazioni democratiche. Nonostante ciò, il muro di gomma della democrazia non ha neutralizzato i No TAV, che hanno saputo al contrario darsi mezzi diversi in funzione del momento. Un esempio tra gli altri: il terreno della baita Clarea è stato legalmente comprato, e non occupato, la costruzione della baita è invece un “valore aggiunto” della lotta, un passo oltre che con grande serenità collettiva sconfina nell’illegalità.
Un numero sempre maggiore di No TAV sta smettendo di credere nel dialogo e nella mediazione, non considerando più lo stato italiano come un possibile interlocutore ma come una forza d’occupazione. Ciò non significa che tutti i No TAV tirano le pietre, tutti i giorni, ma che sentono propri i gesti contestati agli arrestati del 26 gennaio. Come si diceva il 3 luglio: “siamo tutti Black Bloc”.
Chi sono gli imputati? Il barbiere della Valle, il consigliere comunale di un paesino di montagna, diversi esponenti del centro sociale più importante di Torino, uno studente medio della periferia di Milano, un compagno che ha militato nelle Brigate Rosse; dei disobbedienti, dei comunisti, degli anarchici, gente che lotta senza rivendicare alcuna identità; degli studenti, degli operai, dei disoccupati, degli impiegati, italiani da tutta la penisola, una francese, un ecuadoriano, uno spagnolo. E che è, una barzelletta? 37 uomini e 3 donne, dai 19 ai 67 anni. Ovvero: CHIUNQUE.
Eppure la stampa ripete ancora la stessa litania dei Black Bloc infiltrati. Niente da fare: pure quando tutto il popolo greco combatte la polizia nelle strade di Atene, con 90enni in prima linea, genitori che picchiano gli sbirri con l’ombrello, scuole intere occupate e mobilitate, la stampa riesce ancora a scrivere che sono i Black Bloc a fare casino… L’importante è non dare mai retta a questa versione dei fatti. Essere estremamente cauti, perché ci vuole poco a fare il gioco della divisione, a creare “una polemica regalata al nemico” per futili motivi.
Davanti a noi, un bivio :
- hanno arrestato persone diversissime tra loro, di varie città, di varie sensibilità. La composizione del campione prelevato fra i No TAV rispecchia la natura vera di questa lotta: eterogenea e allargata a tutto il paese (e anche oltre). Questa eterogeneità può far scaturire due processi opposti: divisione o compattezza.
- questi arresti avvengono in un momento difficile per la lotta in Val Susa. Dopo un’estate calda, durante l’autunno si è capito che le tattiche funzionate fino ad allora non erano più adatte. Perché a Chiomonte non c’è un cantiere ma una caserma, perché le reti stanno diventando muri, perché l’esercito si è affiancato alla polizia, perché si sa che non si può vincere sul piano militare ma bisogna diversificare le pratiche ed espandere il terreno. Allo stesso tempo, questo periodo è ricco di incontri e corrispondenze possibili con altre situazioni di lotta, vicine o lontane. Occorre ricordare che se per noi non è un momento facile, per la controparte tutto questo periodo è catastrofico. Due possibilità, dunque, per quanto riguarda il rapporto con le altre lotte in corso: isolamento o collegamento.
- l’operazione del 26 gennaio inserisce ancora di più la lotta in una dimensione in cui è difficile muoversi: la dimensione giuridica, processuale. Perché isola e individualizza alcuni mentre la lotta è di tutti, perché il terreno appartiene integralmente alla parte avversa, perché la tempistica è lunga e la sofferenza di non avere più con noi alcuni carissimi amici è grande. Anche su questo terreno ci sono due mentalità diverse che possono emergere: o giocare in difesa o rilanciare l’attacco.
Da queste costatazioni emergono tre spunti, per fare di questa maledetta operazione del 26 gennaio un occasione per rilanciare la lotta:
1. Lasciamo esprimersi la diversità delle pratiche, costruendo lo spazio in cui emergano nuove forme di lotta, purché l’intenzione sia comune: libertà per tutti / no al TAV, né in Val Susa, né altrove.
2. Favoriamo tutti i collegamenti che possono nascere tra la lotta No TAV e le altre situazioni che in un modo o nell’altro possono incontrarsi a seguito degli arresti. Dai blocchi dei camionisti che interrompono la circolazione di merci, alle infinite lotte contro la devastazione dei territori, dagli studenti privati di compagni arrestati alla gente che occupa case e non paga più le bollette. La lotta No TAV ha dimostrato negli anni che la sua potenza non sta solo nel suo radicamento locale ma soprattutto negli infiniti legami che è stata capace di tessere, ovunque.
3. Proviamo a costruire una linea di difesa giuridica che sia allo stesso tempo una linea d’attacco. Il tribunale di Torino, Caselli, tutti i giudici e tutto ciò che viene chiamato “giustizia” non sono neutri ma giudici e parte in causa allo stesso tempo. Che l’aula del tribunale diventi, come i boschi di Chiomonte, terreno di battaglia: ribaltiamo l’accusa, facciamo di questo processo un’offensiva contro il TAV, non solo una difesa dei No TAV.
Milano, febbraio 2012.
Lollo, Marcelo, Mau e Nic liberi subito
Abbasso la democrazia, abbasso le guardie
Posted: febbraio 19th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | No Comments »
Sabato 18 ci è arrivata questa lettera del nostro compagno Marcelo, attualmente detenuto nel carcere di San Vittore a Milano:
Per scrivergli : Marcelo Damian Jara Marin – Casa circondariale di Milano San Vittore – Piazza Filangieri 2 – 20123 MILANO
Il vostro calore e la vostra solidarietà riscaldano queste mura fredde. Non mi sono mai sentito solo, sapere che la nostra lotta non è stata invano mi dà la forza che serve in momenti come questi. Ciò che non ci distrugge ci rende più forti.
Questa operazione di polizia non è stata fatta a caso, è stata studiata per cercare di attaccarci su due fronti.
Da una parte cercano di criminalizzare la lotta No TAV per colpire e fare paura a chiunque abbia avuto la pretesa di difendere il suo territorio, la sua vita, il suo presente. Questo perchè sanno bene che la rivoluzione è contagiosa. Tra il Cairo, Tunisi, Atene, Londra, Roma, i partigiani di ieri e i forconi di oggi, la Val Susa, c’è tanto in comune: i funerali dell’indignazione e la presa di posizione collettiva.
Abbiamo mangiato, vissuto e lottato insieme a quella bellissima gente che sono i valsusini. Tutti insieme giorno per giorno, metro per metro, così si sono venuti a creare dei legami affettivi solidi e indistruttibili, è qui che ci attaccano ancora com’è successo qui a Milano con “la banda delle fotocopie”, a Bologna con Fuori Luogo, a Firenze con tutto il movimento studentesco, a Cuneo con gli antifascisti.
In Val Susa si è creata una comunità in lotta che ha messo in atto la critica più radicale al sistema capitalistico degli ultimi anni in Italia e non solo. Il TAV è più che una grande opera inutile e nociva, in Val Susa si giocano le sorti della democrazia, non possono permettere che la volontà di un’intera popolazione vinca davanti agli affari sporchi delle quattro mummie che ci governano.
La militarizzazione del territorio è lo specchio della loro prepotenza, vogliono costringerci con la forza al silenzio e alla sopravvivenza cercando di annullare qualsiasi dimostrazione di autonomia e di riappropriazione della vita.
La Libera Repubblica della Maddalena e tutti i campeggi che ne sono seguiti erano proprio questo: riappropriazione della vita e autonomia, rifiuto del silenzio e della sopravvivenza, per questo il TAV è guerra alla vita.
Abbiamo imparato a non cadere nelle loro trappole. Hanno occupato la nostra Valle, ferito giovani e vecchi con lanci di CS ad altezza uomo, distrutto il nostro territorio, ma abbiamo imparato a non avere paura.
L’evidenza è davanti agli occhi di tutti e mi dispiace deludere le forze dell’ordine, i magistrati e i giornalisti ma nella lotta No TAV non ci sono pacifisti da una parte e “black bloc” venuti da Saturno dall’altra. L’unica divisione che c’è è una bellissima barricata che divide i No TAV da chi fa carriera con l’infamia e il potere.
Un caloroso abbraccio ai No TAV che sono in carcere in giro per l’Italia, a chi ha altre misure cautelari, un abbraccio a tutt*.
La legge non è altro che la cristallizzazione dei rapporti di forza esistenti, per questo mi permetto con modestia di finire questa lettera con una frase che qualcuno dall’altra parte del mondo pronunciò davanti ad una giuria tanti anni fa:
CONDANNATECI PURE
SARÀ LA STORIA AD ASSOLVERCI
A SARÀ DURA!
Posted: febbraio 16th, 2012 | Author: rivolta | Filed under: General, Testi | No Comments »
Un messaggio di Gabri dal carcere datato il 6 febbraio, ieri 15 febbraio è arrivata la notizia di scarcerazione.
Un abbraccio notav da tutti i compagni, ciao Gabri.
